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Semplicità

Congedo

Si apre il cancello del giardino
con la docilità della pagina
che una frequente devozione interroga
e all'interno gli sguardi
non devono fissarsi negli oggetti
che già stanno interamente nella memoria.
Conosco le abitudini e le anima
e quel dialetto di allusioni
che ogni gruppo umano va ordendo.
Non ho bisogno di parlare
né di mantire privilegi;
bene mi conoscono quelli che mi attorniano,
bene sanno le mie ansie e le mie debolezze.
Ciò è raggiungere il più alto,
quello che forse ci darà il Cielo:
non ammirazioni né vittorie
ma semplicemente essere ammessi
come parte di una Realtà innegabile,
come le pietre e gli alberi.

(testo tratto da "Fervor de Buenos Aires" di Jorge Luis Borges)

Tra il mio amore e me devono alzarsi
trecento notti come trecento pareti
e il mare sarà una magia tra di noi.


non ci saranno che ricordi.
O sere meritate dal dolore,
notti spoeranzose di guardarti,
campi del mio cammino, firmamento
che sto vedendo e perdendo...
Definitiva come una marmo
rattristerà la tua assenza altre sere.

(testo tratto da "Fervor de Buenos Aires" di Jorge Luis Borges)

Dove se ne saranno andati?

Così come suole, il sole
Splende e muore, muore e splende
E nel patio, come ieri,
Luccica una luna gialla,
Ma il tempo, che non desiste,
Tutte le cose contanima.
Son finiti i valorosi
Senza lasciare semente.

Dove sono quelli andati
A liberar le nazioni
O che affrontarono nel Sud
Le lance degli indiani?
Ma dove quelli che in guerra
Marciavano in battaglioni?
Dove quelli che morivano
In altre rivoluzioni?

- Non si affligga. Nel ricordo
Dei tempi che arriveranno
Anche noialtri saremo
Sia i valenti che i migliori.
Il taccagno generoso
E il codardo coraggioso:
Niente c'è come la morte
Per migliorare la gente.

Ma dov'è la valorosa
Plebe che abitò il paese,
Quella che mai domarono
Cagna vita e morte cagna,
Che nelle dure borgate
Vissero come se in guerra,
I Muraña verso il Nord
E verso il Sud gli Iberra?

Che fu di tanto valore?
Che fu di tanto coraggio?
Tutti li consumò il tempo,
Tutti li ricopre il fango.
Juan Muraña si scordò
Del cadenero e del carro
E non so più se Moreira
Morì a Lobos o a Navarro.

- Non si affligga. Nel ricordo...

(testo tratto da "Para las seis cuerdas" di Jorge Luis Borges)

Tango

  Mi son visto una notte
in una sala chiusa
e 1'abbraccio dei corpi che danzavano,
sollevati e schiantati dalla musica,
sotto la luce livida
che filtrava nei muri, di lontano,
mi soffocava il cuore
come in fondo a un abisso, sotto il buio,
tra bagliore e bagliore,
giungono spaventose
scosse di una tempesta,
che impazzisce là in alto, sopra il mare.
  Mi giungevano a tratti,
pallide e stanche,
le ombre dei danzatori,
vibrazioni di un mare moribondo.
  E vedevo i colori,
delle donne abbraccianti
illividirsi anch'essi,
e tutto rilassarsi
di spossatezza oscena,
e i corpi ripiegarsi,
strisciando sulla musica.

  Solo ancora splendeva
su quella febbre stanca
il corpo di colei
che fiorisce in un volto
tanto giovane e chiaro
da fare male all'anima.
  Ma era solo il ricordo.
Io la guardavo immobile
e la vedevo, dolorosamente,
nella luce del sogno.
  Ma passava strisciando,
senza scatti più, languida,
con un respiro lento
e mi pareva un gemito d'amore,
ma l'uomo a cui s'abbandonava nuda
forse non la sentiva.
E un'ubbriachezza pallida
le pesava sul volto,
sul volto tanto giovane e stupendo
da fare male all'anima.

  Tutti tutti tacevano di ebbrezza,
travolti dentro il gorgo
di quella luce livida,
posseduti di musica,
nelle carezze ritmiche di carne,
e stanchi tanto stanchi.
  Io solo non potevo abbandonarmi:
cogli arsi occhi sbarrati,
mi fissavo smarrito
su quel corpo strisciante.

[23-26 giugno 1928]

(Cesare Pavese - Tratto da "Le poesie" - Edito da Einaudi)

Le Cose



Il bastone, le monete, il mazzo di chiavi,
la facile serratura, le ultime note
che non potranno leggere quei pochi giorni
che mi rimangono, le carte e la scacchiera,
un libro e nelle sue pagine appassita
la viola, monumento d'una serata
senza dubbio indimenticabile e già dimenticata,
il rosso specchio occidentale nel quale arde
un'illusoria aurora. Quante cose,
lime, ombrelli, atlanti, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
prive di occhi e stranamente segrete!
Dureranno di là dal nostro oblio
e non sapranno mai che ce ne siamo andati.

Jorge Luis Borges (da: "Elogio dell'Ombra")

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